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«Sei uno studente Master of Wine»

Da Flavio Grassi, 17/09/2017 - 14:14
Institute of Masters of Wine

In un momento di follia ho messo da parte dubbi e timori e ho presentato la domanda di ammissione all'Institute of Masters of Wine. Mi hanno accettato: un grosso guaio, ma ormai sono appeso alla parete e devo cercare di arrampicarmi fino in cima.


Un giorno prima del previsto, ti ritrovi nella posta la mail che ti dice: «You are a MW Student», e la prima reazione è a metà strada fra lo spavento e la confusione.

Credo di essermi sentito più o meno così un numero infinito di anni fa quando, dopo due mesi di un addestramento tanto duro da lasciare poco tempo per pensare a quello che ne sarebbe dovuto essere l’esito naturale, una mattina mi trovai quasi senza sapere come ci ero arrivato sulla pista dell’aeroporto di Pisa con un paracadute sulle spalle e uno sulla pancia pronto – si fa per dire – per il mio primo lancio. Negli anni seguenti ho affrontato tante altre situazioni che, ragionando con razionalità, sarebbe stato meglio evitare (cacciarmi continuamente nei guai sembra essere una parte ineludibile della mia personalità), ma mai con quello stato di vago annebbiamento della coscienza a un passo dal panico che ritrovo ora.

Una differenza importante fra oggi e quel mattino c’è e, ahimè, è tutto a favore del lancio con il paracadute: quello era il momento conclusivo dell’addestramento. Questa mail dell’Institute of Masters of Wine è solo l’inizio e segna un cambio di passo nella vita che, nella migliore delle ipotesi, si potrebbe chiudere fra quattro o cinque anni.

Il Master of Wine non è un titolo accademico come un dottorato o simili. Con un understatement tutto britannico, loro lo definiscono una qualifica professionale. Nei fatti è un’associazione l’appartenenza alla quale certifica il raggiungimento dei più alti livelli mondiali di competenza in tutto ciò che riguarda il vino. Dove “mondiale” e “tutto” sono parole chiave. Una visione insieme globale e profonda sul vino in tutte le sue infinite articolazioni è il requisito per essere accettati nel prestigioso club che, dopo gli ultimi 14 accessi annunciati il 4 settembre, conta oggi 369 membri residenti in 29 paesi.

Alcuni MW sono anche enologi, ma un Master of Wine in quanto tale non è un enologo. Però deve conoscere l’enologia abbastanza bene da poter dare consigli agli enologi. Così come, senza essere un agronomo, deve poter dire autorevolmente la sua su come impiantare e condurre un vigneto. E così via per tutti gli snodi della filiera vitivinicola, letteralmente dalla barbatella allo scaffale di vendita. Il tutto non relativamente a uno o due mercati o aree di produzione ma a tutto il mondo.

Il percorso per arrivare ad avere il diritto di aggiungere le due lettere MW al proprio nome deve necessariamente partire da una base già a una ragionevole quota. Non a caso lo stesso Institute of Masters of Wine è uno dei soci fondatori del Wine & Spirit Education Trust. Essere in possesso di un Diploma WSET Level 4 è considerato il punto di partenza normale per accedere al percorso Master of Wine. Poi non basta: bisogna superare un esame di ammissione e, dato che i MW non amano avere tra le proprie fila quelli che vengono definiti “turisti”, occorre dimostrare di lavorare nel settore da almeno cinque anni.

Come in un vero ordine professionale sovranazionale, poi, quello di esercitare mestieri legati al vino è un requisito per conservare l’appartenenza, insieme al rispetto di un rigoroso codice etico nello svolgimento della professione. E, per quanto non particolarmente pubblicizzati, nel corso degli anni ci sono stati casi di Master of Wine che hanno perso la qualifica. Cosa che, dopo la fatica che uno deve fare per conquistarsela, sembra quasi inconcepibile.

Una volta accettati come studenti comincia la scalata che ora mi sto attrezzando per provare ad affrontare. Il culmine, fra qualche anno (sempre che non cada a terra sconfitto prima), sarà una settimana di esami con quattro tornate di degustazioni alla cieca di 12 vini ciascuna la mattina e saggi su tutto lo scibile vinicolo nel pomeriggio. Poi non è ancora finita perché bisogna concepire e scrivere una tesi che illustri autorevolmente ai Master of Wine in carica qualcosa che ancora loro non sanno sul vino.

Il primo passo, che mi terrà impegnato ancora per le prossime settimane, è stilare un catalogo quanto più possibile obiettivo e impietoso dell’enorme mole di cose che ancora non so. Poi bisognerà cercare di colmare le lacune. Anche con la lettura di un centinaio di libri ma, soprattutto, scovando esempi concreti, attuali e significativi per motivare ogni affermazione che, scrivendo forsennatamente con l’occhio all’orologio, riterrò di fare nella stesura dei saggi d’esame su temi come, prendendo a esempio alcune delle domande dell’esame 2017: «La disponibilità di manodopera per i vigneti è in calo in molte parti del mondo. Se questa tendenza proseguirà, quale sarà il suo impatto sulla viticoltura e in che modo i gestori di vigneti potranno prepararsi al meglio per gestire la carenza di lavoratori?», ma anche «In quali modi i social media hanno cambiato il marketing dei marchi del vino negli ultimi 10 anni?» E poi il ruolo degli enzimi nella vinificazione, i controlli di qualità nell’imbottigliamento, il ruolo degli intermediari nella filiera vitivinicola. Per arrivare a trappole micidiali come le domande apparentemente più semplici tipo: «Qual è l’importanza dell’alcol nel vino?»

Da qui ad allora ci saranno mattine e domeniche di studio, alcune giornate di orientamento a Londra, una settimana di clausura in Austria, i consigli di un Master of Wine che mi sarà assegnato come mentore, un esame intermedio per valutare se sono all’altezza di proseguire il percorso e tanti, tanti assaggi per imparare a distinguere a colpo sicuro un Margaux da un Pauillac e uno Chardonnay bulgaro da uno cileno.

Restate sintonizzati: comunque vada, sarà un trekking affascinante che farò del mio meglio per raccontarvi.

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